domenica 18 gennaio 2009

IL TRAMONTO DELL'OCCIDENTE PREVISTO DA SPENGLER E' ORMAI ARRIVATO!

IL TRAMONTO DELL'OCCIDENTE PREVISTO DA SPENGLER E' ORMAI
ARRIVATO!

di Raffaele Bruno
Sta avvenendo adesso quello che fu definito molti anni fa
da Osvald Spengler il tramonto dell'Occidente. Lo avevo
letto sedicenne con non poco preoccupazione, ma ora è
arrivato. E' arrivato con la "deindustrializzazione"
con il venir meno della nostra superiorità produttiva, con
le delocalizzazioni, con la denatalità e con
l'invecchiamento galoppante. Mettiamoli l'uno accanto
all'altro, questi fattori, questi "eventi"; badiamo al
fatto che quasi tutti sono del tutto nuovi, mai verificatisi
prima nella storia dell'Occidente, alziamo lo sguardo
fuori dai nostri confini per cogliere i ritmi degli altri
sviluppi e delle altre crescite, a cominciare da quella
della Cina e non potremo non provare un senso d'angoscia.
Un Occidente vecchio, con pochi bambini, con le industrie
che chiudono o che se ne vanno altrove ubbidendo soltanto
alla legge del profitto e alla ricerca "selvaggia" – e
miope – dei massimi profitti; un' Occidente nel quale
– anche questo va detto e sottolineato con forza e con
chiarezza – imperversano vizi di ogni genere, con
anormalità sessuali che ottengono diritto di cittadinanza.
La popolazione del mondo si avvia a contare 6 miliardi e
mezzo di persone; perché cresce al ritmo di 70-80 milioni
l'anno. Ma quasi tutta quella crescita avviene fuori
dall'Occidente e qui, tra le nascite, aumenta il numero di
bambini che sono figli di immigrati del Terzo e del Quarto
Mondo.
Già questo, già solo questo, dovrebbe suscitare allarme
altissimo e far correre ai ripari.
Ma abbiamo, in tutto l'occidente, una classe dirigente
ormai composta quasi esclusivamente di imprenditori,
affaristi e finanzieri "prestati alla politica". E
così, di quel fenomeno, e di altri non meno gravi, non
meno "epocali", ai livelli decisionali che contano non
frega niente a nessuno. E la cosiddetta opinione pubblica
è quella che è; quello che vediamo intorno.
Martellata, bombardata dalle TV commerciali resa
unidimensionale al livello più basso e "mercificato";
costretta dalle ristrettezze economiche crescenti ad una
esistenza ansiosa e minimale.
Troppo pessimisti?
Può darsi.
Noi che veniamo da un'altra epoca; diremmo addirittura da
un "altro mondo" con ben altri valori e stili di vita,
forse cediamo troppo, anche per motivi anagrafici, al
pessimismo.
Ma quelli che abbiamo citato poc'anzi sono dati di fatto
che nessuno può smentire; e inducono a tutto men che
all'ottimismo. Altri vent'anni così, senza una
inversione di tendenza – che dovrebbe essere drastica,
dura, con valenze rivoluzionarie – altri vent'anni
così (e anche meno in termini di statistiche che sono,
ovunque, a portata di mano) senza un salto di qualità
adeguato, ed è facile prevedere cosa sarà diventato
l'Occidente, compreso il "centro dell'Impero" quale
sono adesso gli Stati Uniti, con tutta la loro forza
militare e la superiorità atomica.
E poi l'Occidente è in crisi grave perché i fattori
della crisi vengono dal suo interno; dai "disvalori" che
ha distillato da un paio di secoli almeno, sin dal tempo
dell'illuminismo giacobino; dal lento, graduale ma
inarrestabile emergere della superiorità dell'economia
sulla politica e dal correlativo diminuire dei ruoli, dei
poteri, della "eticità" dello Stato rispetto agli
interessi transeunti. Poi, è avvenuto che anche
l'economia è stata resa marginale. Da un lato dalla
finanza e dall'altro da quei fattori di cui abbiamo detto
sopra, sino alle delocalizzazioni che, appunto in base ad un
calcolo meramente "finanziario" di profitto, stanno
appunto deindustrializzando l'Occidente.
Questo fenomeno è ormai oggetto di interesse diffuso, ma
troviamo davvero strano come e quanto si siano ignorati i
più evidenti sintomi premonitori. Che poi sono,
"fatti" concreti, relativi al taglio incessante, un
po' ovunque in tutto l'Occidente, di decine di migliaia
di posti di lavoro.
Posti di lavoro "fissi", intendiamo; posti di lavoro di
tipo classico e diremmo "tradizionale". Di quelli che
rappresentavano continuità e sicurezza; e che quindi
permettevano di metter su una famiglia, di avere figli ai
quali assicurare studi, di acquistare una casa.
Queste erano, da secoli, le "fondamenta" del vivere
sociale in Occidente, le basi della sua solidità,
l'alimento incessante di sostegno di quella vasta area
socio-economica che veniva chiamata ceto medio e che appunto
con l'industrializzazione e con il lavoro "sicuro" era
cresciuta e si era irrobustita.
Pensiamoci bene: quello era un tratto distintivo profondo
– e assai positivo – nei confronti dell'Asia,
dell'America Latina, di quello che è poi diventato Terzo
Mondo; dove il carattere distintivo era dato da
"vertici" enormemente ricchi e da una sorta di plebe
estremamente povera.
Anche da noi, adesso, la tendenza è quella. Chi è ricco,
diventa sempre più ricco. Chi è povero sprofonda nella
miseria, nella marginalità senza speranza.
L'Occidente che "tramonta" sta diventando Terzo Mondo;
un po' Asia un pò Sudamerica. Con i suk un po'
dovunque nelle grandi città; i poveri accampati sotto
ponti e viadotti (mai visti prima!) e con gente (tantissima,
troppa) che vive "lavorando" ai semafori o vivendo di
espedienti.
Raffaele Bruno

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