lunedì 11 maggio 2009

CON LA RIFORMA SUL FEDERALISMO, MENO ITALIA NELLA UE E PIU'

CON LA RIFORMA SUL FEDERALISMO, MENO ITALIA NELLA UE E PIU'
"POTERI FORTI" A COMANDARE L'ITALIA!

di Raffaele Bruno (Vice Segretario Nazionale Vicario del MIS
con Rauti)

C'è un intreccio perverso che sta come avviluppando
l'Italia in un groviglio inestricabile. Ed è l'intreccio
creato, da un lato, dalle situazioni di crisi avviate o
aggravate dal centro sinistra; e dall'altro le spinte al
peggio fornite a tutto ciò dall'inadempienza e dalla
superficialità nel governare che appare tipica del centro
destra.

La Sinistra ha governato male, questo è fuori discussione;
ma il centro destra non sa "governare", non riesce a portare
avanti nessuna strategia incisiva né ad elaborare alcun
progetto di ampio respiro.

Galleggia sulla cronaca; vive - e crede che questo sia
"vivere", in termini di capacità di governo - giocando di
rimessa. E il grave non sta tanto nel fatto che essa si
impegni solo quando si tratta di difendere il cosiddetto
"conflitto di interessi" e in particolare Mediaset e
dintorni ma risiede proprio alla mancanza di
progettualità.

Mentre una Nazione in crisi e una società allo sbando qual
è attualmente l'Italia proprio di questo avrebbe bisogno:
di non esaurirsi nella cronaca, di non farsene risucchiare;
perché altrimenti in essa sprofonda e sparisce ogni punto
di riferimento per il domani; e dunque ogni prospettiva
positiva; al limite, ogni speranza; specie per i più
giovani, per le generazioni che stanno crescendo. E che si
interrogano in modo sempre più angosciato sul futuro che
li attende; sul futuro che si sta loro preparando.

Una Nazione?

Già perfino questo concetto, questo stesso punto di
riferimento - e secondo noi questo "valore" - sta venendo
meno.

Ci dicono (Franceschini e Berlusconi insieme, anche in
questo come su tanti altri problemi o tante altre
situazioni, all'unisono) ci dicono: c'è l'Europa.

Già. Ma l'Europa significherà poco o niente in termini
di "valori" e di punti di riferimento se non sarà composta
da Nazioni solide, che potrebbero e dovrebbero essere come
gli affluenti di un fiume più grande, come le
"sfaccettature" di una pietra preziosa.

E più l'Europa cresce e si allarga, anzi, più ci sarebbe
bisogno che quei "fiumi" fossero puliti e quelle
sfaccettature fossero limpide.

Ma che Europa sarà mai se in essa confluiscono Nazioni
malate, dissestate, sgangherate. O Nazioni, come diventerà
l'Italia in qualche anno dopo che è stata approvata la
"devoluzione" legislativa volata dalla Lega?

Un ammasso litigioso di Regioni ognuna delle quali diventa
"sovrana" anche su problemi di enorme rilievo quali la
Sanità, la Scuola, gli insegnamenti tecnico -
professionali e i "saperi" artigiani e perfino la Polizia e
la fiscalità non è più una Nazione; è un coacervo di
diversità che si batterà sempre peggio contro le più
solide strutture degli altri Stati; e anche di fronte ai
problemi nuovi e terribilmente complessi causati, da giugno
in poi, dall'allargamento a 10 nuovi Stati. Finirà che al
posto di Parlamento, maggioranza e Regioni alla fine
decideranno i poteri forti, quelli finanziari ed economici
che sovrastano la politica e appaiono come unica vera forza
decisionale di questa nostra povera Italia.
Raffaele Bruno

CONTRO TUTTE LE CASTE E I COMITATI D'AFFARI!

IL 6 - 7 GIUGNO VOTA LA LISTA MIS ALLE ELEZIONI PROVINCIALI DI NAPOLI

BRUNO, (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI), NO AL FEDERALISMOCHE PREMIA I RICCHI E PENALIZZA IL MEZZOGIORNO!

S E G R E T E R I A N A Z I O N A L E

C O M U N I C A T O S T A M P A


BRUNO: (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI
NAPOLI), NO AL FEDERALISMO CHE PREMIA I RICCHI!

Sull'argomento il Candidato alla presidenza della
Provincia di Napolie Vice Segretario Nazionale Vicario del
MovimentoIdea Sociale con Rauti Raffaele Bruno ha
dichiarato:
"Altro che Mezzogiorno assistito dallo Stato e "palla al
piede dell'Italia". Sono le regioni più ricche che
percepiscono la maggior parte dei fondi statali. La sentenza
della Consulta sulla spesa regionale riporta l'attenzione
proprio sul tema del federalismo. Può allora essere utile
sapere che ormai anche colui che è unanimemente
riconosciuto come il padre del federalismo fiscale italiano,
Piero Giarda, ne è fermamente convinto: il decreto
approvato, quello che stabilisce i criteri di riparto dei
fondi statali tra le regioni a statuto ordinario, non
funziona. Non funziona secondo il professore di Scienza
delle finanze della Cattolica di Milano, perché
trasferisce più risorse alle regioni ricche che a quelle
povere. Prendiamo il caso della Campania. Se andiamo a
leggere i dati dell'ultimissimo libro di Giarda,
L'esperienza italiana di federalismo fiscale, pubblicato
dall'edizioni Il Mulino, apprendiamo che ogni cittadino
campano nel 2002 ha perso 4,25 euro di trasferimenti
statali. Se il decreto 56/2000 fosse stato correttamente
applicato, la Campania avrebbe perso solo 1,22 euro per
abitante. La Lombardia, viceversa, ha guadagnato, sempre nel
2002, 5,20 euro in più di trasferimenti statali per
abitante; mentre, se il decreto fosse stato correttamente
applicato, ne avrebbe guadagnato soltanto 2,35 per abitante.
Lo stesso vale, ovviamente, con cifre diverse, per Puglia e
Calabria. Insomma, il decreto 56/2000 toglie risorse alle
regioni povere per darle alle ricche. Il nuovo Titolo V
della Costituzione, legislatura non introduce nel nostro
ordinamento alcuni principi di federalismo fiscale. In
particolare mentre l'articolo 117 introduce i cosiddetti
livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti
civili e sociali (che devono essere uguali per tutti),
l'articolo 119 prevede il fondo di perequazione per i
territori con minor capacità fiscale. Questi due principi
non possono essere concretamente applicati insieme a meno di
far prevalere l'uno comprimendo l'altro fino a svuotarlo di
significato. Il federalismo fiscale così com'è non
può, insomma essere applicato correttamente, a meno che
non si voglia accettare una differenziazione nel trattamento
dei cittadini delle regioni forti rispetto a quelli delle
regioni deboli e si realizzi così una palese
ingiustizia. Si tratta di un federalismo che premia i ricchi
e affossa le regioni in difficoltà del Mezzogiorno già
penalizzate dal malgoverno endemico del centro destra e del
centro sinistra nei confronti del Sud".

Napoli, 11 maggio 2009

L'Addetto Stampa

domenica 10 maggio 2009

BRUNO, (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI), SI FERMI ISUBITO L'ABUSIVISMO EDILIZIO SUL VESUVIO!

S E G R E T E R I A N A Z I O N
A L E

C O M U N I C A T O S
T A M P A

BRUNO: (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI
NAPOLI) SI FERMI IMMEDIATAMENTE L'ABUSIVISMO EDILIZIO SUL
VESUVIO !
Sull'argomento il Candidato alla Presidenza della
Provincia di Napoli Raffaele Bruno ha dichiarato:
" Le città costruite e sviluppatesi alle falde del
cratere rappresentano un pericolo serio per la sicurezza dei
settecentomila e più abitanti che popolano la zona e
l'aumento indiscriminato di abusivismo edilizio, oltre a
rappresentare un attentato all'ambiente è anche un
saccheggio sistematico di un territorio dalla bellezza
incomparabile. Di fronte ad un eventuale e non esclusa
ipotesi di risveglio del Vesuvio non esisterà piano di
Protezione Civile efficace, finché il nocciolo del
problema - vale a dire la sciagurata edilizia e demografia
nell'area più vicina al vulcano - non sarà affrontato
con la necessaria determinazione. Per questi motivi il
Movimento Idea Sociale , insieme a delle Associazioni
ambientaliste e culturali ad esso vicino, sta effettuando da
mesi volantinaggi e manifestazioni di denuncia verso quelle
amministrazioni, locali, provinciali e regionali, che nulla
fanno per affrontare il gravissimo problema, prima che sia
troppo tardi e per sensibilizzare l'opinione pubblica delle
popolazioni locali. I segnali emergenti sono, purtroppo, di
segno decisamente negativo, poiché alla valanga di case e
ville edificate nel dopo - terremoto in diciotto Comuni
della cosiddetta "zona rossa" (circa tremila case costruite,
in grandissima parte condonate), entro i prossimi otto-dieci
anni potrebbe aggiungersi una massa di altri quarantamila
vani, secondo quanto previsto dagli Uffici tecnici
municipali, definiti "di prima necessità". Come se le
ragioni (meglio dire il buon senso) della sicurezza, della
tutela ambientale, della difesa dalla minaccia eterna del
vulcano fossero argomenti da non tenere in alcun conto. E
gli appelli dei vulcanologi di tutto il mondo ? E le denunce
di tante Associazioni impegnate a difendere l'ambiente? E
gli impegni solenni di amministratori regionali, comunali,
provinciali, deputati e ministri? Tutto finito nel vuoto,
come il coraggio dell'Ente parco del Vesuvio, che qualche
anno fa aveva avviato le prime demolizioni di ville abusive.
Quelle prime sentenze furono poi avversate ed intralciate
con ogni mezzo, politico ed amministrativo, sino a
precipitare nuovamente nella paralisi e nella piena
confusione la situazione dell'amara realtà quotidiana.
Ignoranza ed incoscienza, dunque. Basterebbe considerare la
differenza fra rischio Etna e rischio Vesuvio, per avere
un'idea del pericolo che incombe sul capo di centinaia di
migliaia di cittadini vesuviani, non tanto per il risveglio
probabilissimo del vulcano che non ha mai smesso di essere
attivo e sveglio, ma per la tragedia di un'impossibile fuga
in massa, se le previsioni di un "esodo programmato"
fossero, per motivi imprevedibili, disattesi. In Sicilia, le
prime abitazioni a rischio distano di sette chilometri dal
cratere. Qui, al Vesuvio, strade e case s'inerpicano sino a
poche centinaia di metri dalla bocca di fuoco e dalle
fumarole ubicate tutt'intorno ancora attivissime. Monitorare
la possibile risalita del magma, certo, è molto
importante. Ma l'umana imbecillità di chi è pronto a
costruire altre palazzine sui terreni ardenti, chi può
ancora fermarla? Organizziamoci, quindi, e manifestiamo
prima che sia troppo tardi".
Napoli,10 maggio 2009
L'Addetto Stampa

BRUNO, (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI), SI FERMI ISUBITO L'ABUSIVISMO EDILIZIO SUL VESUVIO!

BRUNO, (CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI), SI FERMI ISUBITO L'ABUSIVISMO EDILIZIO SUL VESUVIO!

Con preghiera di pubblicazione e/o diffusione.

Per informazioni sul programma elettorale e\o per interviste
al candidato presidente Raffaele Bruno contattare il
seguente numero :330995465

www.misconrauticampania.it

L'Addetto stampa

sabato 9 maggio 2009

TRASFORMARE I BASSI DI NAPOLI IN BOTTEGHE ARTIGIANE

Comunicato Stampa

Trasformare i bassi dei vicoli di Napoli in botteghe
artigiane e trattorie tipiche e dare una casa dignitosa ai
loro abitanti che ne hanno diritto!

Sull'argomento il candidato a presidente della Provincia
di Napoli, Vice Segretario Nazionale Vicario e Responsabile
della politica per il Mezzogiorno del Movimento Idea Sociale
con Rauti Raffaele Bruno, ha dichiarato:

"Vorremmo sapere che fine ha fatto il progetto di
trasformare le migliaia di terranei fatiscenti, cosiddetti
"bassi" dei vicoli di Napoli, in botteghe artigiane e in
trattorie tipiche che il Comune e la Regione avevano
sbandierato ai sette venti? Negli anni Trenta fuori a questi
alloggi impropri erano stati affissi dei tabelloni con sopra
scritto: "Terranei non abitabili" e ai loro abitanti era
stata concessa un'abitazione degna di questo nome. Oggi,
invece, molti di questi bassi sono fittati a cittadini
extracomunitari, spesso irregolari. Ne sono ammassati a
decine in ogni uno di essi pagando canoni di fitto
esorbitanti illegalmente. Abbiamo chiesto più volte un
controllo al Prefetto, al Questore e alle varie Autorità
competenti per verificare se quei fitti sono regolari, ma
mai nulla si è mosso. Chiediamo ancora, soprattutto al
Sindaco di Napoli Jervolino, di procedere all'eliminazione
di questo sconcio, che costituisce una vera piaga per la
nostra città, provvedendo a sistemare in decenti
abitazioni le persone che le abitano e che ne hanno diritto
e trasformare in botteghe artigiane e trattorie tipiche i
cosiddetti "bassi", che potrebbero costituire una
notevole attrazione turistica per i quartieri del centro
storico napoletano e rappresentare una risorsa per la
boccheggiante economia locale".
Napoli, 9 maggio 2009 L'Addetto Stampa del MIS

CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA

CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA

mercoledì 6 maggio 2009

PER NON "MORIRE DI CINA" L'INDUSTRIA ITALIANA STA SPARENDO NELLE DELOCALIZZAZIONI

PER NON "MORIRE DI CINA"
L'INDUSTRIA ITALIANA STA SPARENDO NELLE DELOCALIZZAZIONI
di Raffaele Bruno (Vice Segretario Nazionale Vicario del MIS
con Rauti)
Nuovo fenomeno – e anch'esso di segno negativo – per
la struttura industriale di molti settori dell'azienda –
Italia; per non "morire di Cina" per non essere
spiazzati dai sottocosti cinesi sta aumentando il numero
delle aziende italiane che si delocalizzano per risparmiare
sui costi. E vanno in Romania, in Moldavia o in altre
località dell'Europa che si sta allargando. Vanno dove
si può produrre ancora a prezzi competitivi con i prodotti
cinesi. Ma intanto il risultato negativo per il lavoro
italiano, non cambia: il lavoro si riduce; tende a diventare
"sommerso" (sempre per inseguire la riduzione dei costi)
oppure "transitorio", legato a picchi straordinari di
richiesta. Si lavora a pieno ritmo e senza badare agli orari
per due - tre mesi e poi si torna alla disoccupazione.
Recentemente un intera pagina di "Libero" era dedicata a
questo fenomenoche da allora è andato confermandosi ed
anzi crescendo – ma non risulta che esso sia seguito in
modo adeguato né che si avanzino proposte per
fronteggiarlo né da parte governativa né da parte
sindacale (vedi Sinistra in genere). Perché evidentemente
la legge del "libero mercato" è l'unica ad essere
riconosciuta da tutti.
In quella pagina si elencavano situazioni precise ed esempi
concreti, sottolineando anche la gravità di un altro
"fatto" che è sotto gli occhi di tutti e che noi del
Movimento Idea sociale andiamo denunciando da anni: i
prodotti fabbricati dagli industriali italiani che
delocalizzano, vengono venduti con il prezzo che avrebbero
se fabbricati in Italia:
Facciamo un esempio: una t-shirt interamente Made in Italy
costa 30 euro, mentre quella che viene dalla Cina ne vale 8.
La griffe però offre i prodotti al commerciante allo
stesso prezzo. Ed entrambe le magliette vengono poi vendute
in negozio a oltre 50 euro. Il cliente, a differenza
dell'azienda, non ci guadagna, anche perché non sa se la
t-shirt è fatta in Italia o all' estero.In teoria il capo
Made in China dovrebbe costare 20 euro. E la marca che fa la
differenza….
La delocalizzazione è un bene solo per le società. Ma il
Made in Italy non si difende in questo modo, producendo in
Paesi dove non ci sono regole e dove, a volte, si sfrutta il
lavoro minorile. Lo Stato dovrebbe tagliare i benefici
fiscali a queste imprese. E come fare per tutelare il
cliente? «Per fermare queste pratiche poco chiare? Noi
proponiamo di segnalare, vicino al prezzo finale, anche il
prezzo all' origine.
In provincia di Bari ci sono 350 laboratori tessili
specializzati nella maglieria.
Negli ultimi anni il distretto ha perso il 30% del
personale. Colpa della delocalizzazione, ma anche perché
non si trova più nessuno che voglia venire a fare le
confezioni, soprattutto tra le donne. La delocalizzazione
non è uno svantaggio. Le aziende che sbarcano in Romania
hanno subito pronte a lavorare centinaia di persone
sottopagate. Il Made in ltaly per continuare a vivere è
costretto ad andare all'estero per non morire di Cina. I
prodotti Cinesi costano un terzo rispetto al nostro Paese:
per una felpa si spendono 8 euro, 18 in Italia. Neanche la
Romania riesce a competere: il costo medio per realizzare
una maglia è di 12-13 euro. In negozio però la felpa
costa lo stesso: 50 euro. La merce che viene da Pechino
dovrebbe essere invece venduta a 25 euro. Un ricarico del
50%, che finisce nelle tasche delle aziende che
delocalizzano.
Nell'area del cotone – egualmente minacciata – da
segnalare che 14 aziende si sono consorziate, fra Busto
Arsizio, Gallarate e Varese.«Abbiamo proposto una piccola
carta d'identità sui nostri capi», dice Paolo Borlin,
presidente del Consorzio che ha registrato negli ultimi anni
una perdita di manodopera del 35%. «Con l'etichetta
vogliamo evidenziare che le nostre magliette sono realizzate
interamente in Lombardia, e non contengono sostanze
tossiche".
Un altro settore "investito" è quello delle scarpe,
nel Veronese, che conta 549 aziende 7.000 addetti, coprendo
l'8% dell'export nazionale con 303 miliardi di paia di
scarpe.
Verona è però lontana anni luce dalla produzione cinese:
7 miliardi di paia annui. Ma è lontana anche dai prezzi
cinesi: produrre le scarpe in Estremo Oriente costa 15 euro,
almeno 30 in Italia. In negozio il cliente dovrebbe notare
la differenza di prezzo, ma sui cartellini delle grandi
griffe che delocalizzano il risparmio alla cassa non si
vede.
Abbiamo a disposizione altri dati, che riguardano la zona di
produzione tessile nel Biellese, che è in grave crisi.
E ancora: " C'è il pizzo di Cantù e il pizzo
Cantù.
Un esemplare del primo costa 100 euro. Uno del secondo non
più di tre, quattro euro. Giuseppe Marelli, ultimo erede
di una famiglia canturina che dal 1946 produce gli autentici
merletti d'autore, questa differenza .la conosce bene. «Il
pizzo di Cantù, spiega, lo facciamo cucire noi, e pochi
altri, dalle donne del nostro territorio, che proseguono una
tradizione tutta al femminile inaugurata negli istituti
religiosi del 1300 dalle monache. Il pizzo Cantù è
invece quello che troverete in quasi tutti i negozi di
biancheria brianzoli ed è fabbricato da cinesi o indiani.
Per cogliere la differenza tra l'uno e l'altro occorre un
occhio da intenditore. Quindi la truffa è assicurata».
Cosi un lenzuolo rifinito col vero pizzo può valere 1200
euro contro i 300 di uno made in China. Negli ultimi 10 anni
il fatturato della B&B Emme, l'azienda dei Marelli, è
crollato del 50% e, se prima gravitavano intorno alla ditta
circa 150 donne dall'ago fatato, oggi ce ne sono solo una
sessantina.
Qualche conseguenza di natura finanziaria?
Ecco alcune delle tante cifre dell'autunno industriale
italiano, di cui adesso si conoscono bene i risultati: le
esportazioni diminuite e le importazioni aumentate hanno
fatto sì che il saldo commerciale si è ridotto dai quasi
2,4 miliardi del 2003 ad appena 537 milioni.
Il cedimento del Made in Italy assume i contorni della
disfatta proprio nei settori tradizionali, a cominciare
proprio dal tessile abbigliamento: l export italiano nei
Paesi extra- Ue, è calato del 28,2% e i prodotti
dell'agricoltura e della pesca hanno ceduto del 16,4%.
Raffaele Bruno

lunedì 4 maggio 2009

LA CELEBRAZIONE DELLA MASCHERA DI PULCINELLA

LA CELEBRAZIONE DELLA MASCHERA DI PULCINELLA

di Umberto Franzese

Va nel giusto segno il titolo del progetto realizzato
dall'AIGE (Associazione Informazione Giovani Europa) in
collaborazione con l'Associazione Amici di Pulcinella e
con il patrocinio della Provincia di Napoli per il 400esimo
anniversario della maschera napoletana.
"Pulcinella – Maccus: il tempo, i luoghi, il mito" è
senz'altro una delle più interessanti iniziative
celebrative che cadono nel particolare momento di
catalizzazione e risveglio della vera cultura nella nostra
città.
La proposta di rappresentazioni multidisciplinari con
l'innesto ben calibrato di conferenze, convegni,
dibattiti, mostre, recital, non è passata certamente
inosservata.
E' da segnalare la pregevole estrinsecazione di
indicazioni, di confronti e la messa in vetrina di
significativi talenti. L'altro motivo in più, di una
così notevole progettazione di qualità, è da
attribuire alla riconferma di artisti di tutto rispetto.
Ciò è accaduto sia nella interessante rassegna
espositiva del 6 – 10 aprile presso il Salone della Borsa
Valori della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e
Agricoltura di Napoli, che nella "Esecuzione in napoletano
di canzoni, poesie ed altro per solisti, attori e coro"
presso il Circolo Ufficiali di Palazzo Salerno . Eventi,
come anche il "Processo a Pulcinella Cetrulo" a cui
hanno dato corpo e anima, sonorità, colore, musicalità,
artisti della spatola e del pennello, come: Forestiere,
Saverio Francesco Galdo, Bigal, Lista, Enza Monetti, Nappa,
Piscopo, Neotto, Sepe, Sarnelli, Arva, Verio, Ena Villani;
attori e cantanti, come: D'Angelo, Maria Grazia Renato,
Anna Calemme, De Simone, Yamila Rumayor Sosa, Liliana
Palermo, Missaglia.
Nelle belle arti si è magnificamente distinto il giovane
scultore Domenico Sepe.
Una felicissima interpretazione della maschera di Pulcinella
è stata quella di un'altra giovane presenza, quella
dell'attore Giuseppe D'Angelo.
Non è mancato l'incisivo apporto di istituzioni
autorevoli fortemente radicate nella tradizione e nella
storia dell'arte, come l'Istituto Professionale per
l'Industria e l'Artigianato della Porcellana e della
Ceramica di Capodimonte "Giovanni Caselli" presieduto
dall'instancabile dirigente scolastico Marina Imperato.
Da aggiungere una significativa rappresentanza della Scuola
vocale e musicale napoletana come il Coro Polifonico
dell'Università Orientale "Hippokrim" diretto dal
maestro Natalino Polena. Si è partiti con le celebrazioni
della Maschera di Pulcinella dal Convegno preparatorio del
novembre 2008 e si concluderà a inverno inoltrato dopo
avere dato la stura alla IV Edizione del Premio Masaniello
– Napoletani Protagonisti.
I luoghi in cui si sono svolte le rappresentazioni nel
400esimo anniversario della Maschera napoletana, sono stati
di volta in volta: l'Aula consiliare di S. Maria La Nova,
sia per il convegno di presentazione del progetto che del
Processo a Pulcinella Cetrulo; la Sala Consiliare della
Camera di Commercio; la Borsa Valori; il Circolo Ufficiali.
Altri luoghi scelti per ricordare la celebre maschera
napoletana, saranno: l'Istituto Cervantes in uno con il
gemellaggio della maschera spagnola Don Cristobal Pulchinela
e piazza del Carmine, in occasione del Premio Masaniello
rispolverando l'anno scorso, la pizza e il mandolino,
quest'anno recuperando Pulcinella Cetrulo. Ciò per
sfatare le tante malsane dicerie che taluni intolleranti
imbonitori hanno a imbastire sul conto di tradizioni e miti
della napoletanità

IL GRANDE DUCE DEL GRUPPO SOCIALISTA

Mussolini 2) a cura di Umberto Franzese

"Il Grande duce del gruppo socialista" (La Tribuna).

"Un intellettuale dotato di coraggio, qualità che manca
alla maggior parte dei suoi contemporanei" (Giuseppe
Prezzolini, scrittore).

"E' il socialista dei tempi eroici. Egli sente ancora,
ancora crede, con uno slancio pieno di virilità e di
forza. E' un uomo!" (Leda Ravanelli, scrittrice).

"Una forza della natura, un uomo d'azione per eccellenza
che ha specorizzato il proletariato italiano" (Torquato
Nanni, giornalista).

"La Storia è dominata dalle aristocrazie e Mussolini è
il Duce di un'aristocrazia che deve ancora essere
creata" (Vincenzo Fani Ciotti, scrittore).

"Sorga quest'uomo ed avrà con sé l'unanime
consenso nazionale" ( La Gazzetta ferrarese).

"Mussolini esprime la forza di una prodigiosa varietà
" (Emilio Settimelli, futurista).

"Mussolini è l'uomo che può rimodellare la cultura
italiana" (Margherita Sarfatti, scrittrice).

"Lui solo è l'artefice di questa nostra riscossa e di
questa nostra grandezza" (Renato Citarelli, console a
Perth, Australia).

"Mussolini è uno statista di capacità e intraprendenza
eccezionali" (Sir Ronald Graham, ambasciatore britannico).

"La virile direzione del Paese da parte di Mussolini
merita il plauso". (Daily Mail).

"Mussolin conta un po' di più del fascismo".
(Headway)

"La vostra figura non è soltanto italiana. Voi siete
l'apostolo della campagna mondiale contro la dissoluzione
e l'anarchia" ( Generale Miguel Primo de Rivera).

"Mussolini ha sempre ragione". (LeoLonganesi)

Semplice e naturale, molto dignitoso…con begli occhi di un
castano dorato, penetrante, che osservi ma di cui non puoi
sostenere lo sguardo a lungo, nell'insieme uno degli
uomini più belli di questi anni". (Clementine
Churchill).

"Sono entusiasta di aver ricevuto il suo distintivo del
Partito fascista da conservare". (Lady Ivy Chamberlain,
moglie di Sir Austen).

"Sono rimasta affascinata dal Duce". (Lady Sybil Graham,
moglie dell'ambasciatore britannico).

"Sono rimasta stupefatta dai muscoli di Mussolini e dalla
sua straordinaria vitalità". (Lady Asquith).


(Continua)

domenica 3 maggio 2009

IN ITALIA DIMINUISCE IL CETO MEDIO E CRESCE LA POVERTA'

IN ITALIA DIMINUISCE IL CETO MEDIO E CRESCE LA POVERTA'
di Raffaele Bruno (Vice segretario Nazionale Vicario MIS con
Rauti)
Tra ISTAT e Finanziaria, ecco la fotografia sociale
dell'Italia: meno ceto medio e aumento della povertà
(siamo al 70 %...!) che si concentra soprattutto nel
Mezzogiorno.
Andiamo per ordine. Gli Italiani poveri colpiti dalla
Finanziaria, sono 4 milioni, nonostante le assicurazioni di
Berlusconi e del suo governo.
Questo fascia di cittadini ha un reddito al di sotto dei
700 euro mensili. Per le famiglie medie, previsto un aumento
del reddito di 100 € annui. La pressione fiscale schizza al
41,4 %.
Ben quattro milioni dì italiani hanno un reddito al dì
sotto dei 700 euro al mese e «sono le famiglie più
povere e non usufruiscono dei benefìci» della
Finanziaria.
Per questi servono misure alternative, come più volte
ribadito dal Movimento Idea Sociale con rauti. Mi rendo
conto non facili, ma che vanno individuate. Dei 4 milioni
dì lavoratori a basso reddito circa 1,5 vive in famiglie
in condizioni di disagio economico. Si tratta in prevalenza
dì giovani con redditi da lavoro autonomo; ma bassi
redditi da lavoro sono presentì anche tra i dipendenti con
orari standard e a tempo determinato». Anche se i bassi
redditi dichiarati anche dai lavoratori dipendenti possano
essere tali per evasione parziale nel caso di dipendenti che
svolgono un secondo e anche un terzo lavoro come "sommersi".
Con gli interventi della Finanziaria ci sarà un aumento di
circa 100 euro l'anno del reddito familiare disponibile con
effetti, ovviamente differenziati a seconda delle tipologie
di famìglie, dispiegando nel contempo un moderato effetto
redìstributivo. Le famiglie che avraranno vantaggio
dall'operazione sull'Irpef sono quasi quattro volte dì
più rispetto a quelle che saranno svantaggiate e circa 140
mila nuclei familìaril usciranno dalla condizione di
povertà grazie alla manovra sulle aliquote. Ma per alcuni
dettagli tecnici dei provvedimenti, anche numerose famiglie
a reddito medio-basso verrebbero colpite dalla manovra,
così come circa un milione di nuclei del decimo più
povero non trarrebbero benefìci a causa di condizioni di
nullatenenza, esenzione o incapienza.
II nuovo livello di stima delle entrate tributarie per il
2006 porta la pressione fiscale al 41,4% del Pil. la nuova
«stima è più alta di due decimi di punto rispetto alla
previsione di luglio e più alta di otto decimi di punto
rispetto al consuntivo 2005.
La povertà rimane stabile in Italia. Nel 2005, come ha
rilevato l'Istat nel suo rapporto annuale, le famiglie che
si trovano in questa condizione risultano 2.585.000, cioè
l'11,1% delle famiglie residenti sul nostro territorio, nel
2004 il tasso era dell'11,7%. A vivere in condizioni di
povertà nel nostro Paese sono 7.577.000, pari al 13,1%
della popolazione.
La soglia fissata come quella di povertà relativa per una
famiglia di due persone corrisponde nel 2005 a 936,58 euro
al mese (+1,8% rispetto alla linea del 2004). L'Istat non
considera la lieve diminuzione di famiglie povere nel 2005
significativa dal punto di vista statistico. Rispetto alle
differenze regionali, si conferma il divario tra Nord e Sud
del Paese: il Mezzogiorno (24%)mantiene gli elevati livelli
di incidenza raggiunti nel 2004 (quattro volte più alto
che al Nord); a forte rischio anche le famiglie con cinque o
più persone, le famiglie i cui componenti sono in cerca di
occupazione e le famiglie con anziani.
Tuttavia, rispetto alla condizione degli anziani il rapporto
Istat segnala che la povertà si riduce significativamente.
L'intensità della povertà (ossia la misura di quanto in
percentuale la spesa media delle famiglie definite povere
è al di sotto della soglia fissata) nel 2005 è pari al
21,3% (era il 21,9% nel 2004); questo valore indica di
quanto in termini percentuali la spesa media mensile delle
famiglie povere, pari a circa 737 euro (era di 719 euro
l'anno precedente) sia al di sotto della linea di povertà.
Raffaele Bruno

sabato 2 maggio 2009

MANIFESTAZIONE DEL MIS CONTRO GLI SFRATTI E LA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA A NAPOLI!

Comunicato Stampa
Conferenza Stampa e manifestazione del MIS contro gli
sfratti e la privatizzazione dell'acqua in Piazza San
Vitale nel quartiere di Fuorigrotta a Napoli insieme ai
comitati di protesta dei cittadini

Lunedì 2 maggio 2009, alle ore 10:30, in Piazza San Vitale
nel Quartiere Fuorigrotta a Napoli, si è svolta una
Conferenza Stampa e una manifestazione di protesta con
volantinaggio, megafonaggio ed esposizione di tabelloni del
Movimento Idea Sociale con Rauti per chiedere la proroga
degli sfratti, per il diritto alla casa per tutti e per dire
no al tentativo di privatizzare un bene fondamentale come
l'acqua affidandola a privati senza scrupoli che fanno
capo alle solite multinazionali capitaliste che affamano e
assetano i Paesi più poveri. Per l'occasione sono stati
affissi nel popoloso Quartiere napoletano mille manifesti
(allegato al presente comunicato stampa per la sua
pubblicazione!).

Hanno partecipato il Vice Segretario Nazionale Vicario e
Responsabile del Dipartimento Nazionale per le Politiche del
Mezzogiorno del Partito Raffaele Bruno, il Segretario
Provinciale della Federazione di Napoli Vittorio Lamberti, i
dirigenti Tecla Tricarico, Giuseppe Alviti, Carlo de Luca,
Gennaro Natale, Rosa De Luca, cittadini aderenti ai Comitati
di protesta, dirigenti locali e militanti del MIS.

Napoli, 2 maggio 2009 - L'Addetto Stampa del Mis con Rauti

venerdì 1 maggio 2009

IL LAVORO DIVENTA SEMPRE MENO VALORE

In occasione della festa del primo maggio sul lavoro ci
chiediamo se è ancora uno dei principi fondanti della
democrazia, richiamato non a caso dal primo articolo
costituzionale o se è solo un vuoto richiamo demagogico.
Ma oggi è ancora un valore vero il lavoro? A giudicare
dagli infortuni e dai morti sul lavoro, dal potere
d'acquisto dei salari, dalla considerazione che ha il
lavoro nella nostra società, dai neologismi che si
producono per evitare di chiamare le cose con il proprio
nome vero e modificare l'identità sociale dei
lavoratori, non si direbbe proprio. In realtà il lavoro ed
i lavoratori sono scomparsi dalle cronache, anche se ci sono
sempre, producono ricchezza per tutti, sono sfruttati più
di prima anche se per far parlare del lavoro non bastano
neppure i morti. Se non avviene una strage nessuno se ne
occupa e non è un caso se l'informazione è asservita
ad interessi particolari o di gruppo, alla strapotenza di
qualche casta o di qualche dinastia industriale e politica,
rispondendo sempre più alle perverse logiche del mercato
della pubblicità. L'incalzare degli eventi riporta
all'attenzione il tema del lavoro, della sicurezza sui
luoghi di lavoro, del salario eroso dall'inflazione reale
e della precarietà. Non crediamo che l'unica speranza di
elevare la propria condizione sociale per cambiare
l'ordine delle cose esistente sia rimasta quella di
vincere la lotteria e le uniche decisioni che possiamo
pensare di prendere siano quelle di decidere, a pagamento,
il vincitore del grande fratello o dell'isola dei famosi.
L'imperativo è di fare del lavoro il soggetto
dell'economia e la base infrangibile dello Stato. Le forze
lavoro devono, in attuazione dell'art.46 della
Costituzione, entrare nel vivo del meccanismo produttivo e
partecipare direttamente alla vita della grande impresa
attraverso i propri rappresentanti. In questo modo si
combattono e si superano sia le insufficienze e gli egoismi
del liberismo esasperato che le visioni sorpassate e
burocratizzate del livellamento verso il basso cui tendono i
sindacati e le forze "progressiste". La risposta si
chiama: socializzazione. Il lavoro nell'azienda
socializzata è il soggetto dell'economia. Il capitale, a
differenza dell'utopia marxista, è strumento del lavoro
e messo al suo servizio per il benessere della
collettività per il potenziamento della Nazione.

VECCHIAIA E DECLINO DELL'EUROPA

VECCHIAIA E DECLINO DELL'EUROPA

di Raffaele Bruno (Vice Segretario Nazionale Vicario del MIS
con Rauti)

Se ne comincia a parlare e a scrivere, finalmente! Di
vecchiaia d'Europa e del suo "declino" produttivo e
industriale, come fenomeni connessi, quasi due facce della
stessa medaglia, della stessa, triste realtà. E in effetti
l'intreccio c'è; e diventa sempre più evidente; e
anche sempre più complesso da affrontare o semplicemente
– per i governanti – da gestire fra difficoltà
crescenti.

Quello che continua a sorprendere, però,- soprattutto chi
come noi del Movimento Idea sociale da anni va seguendo
quello che accade lungo questo versante – è che non si
capisce che si tratta di un fenomeno "epocale". Sia
detto senza ombra di retorica ma con forza: quel fenomeno
è più "strategico" che soltanto "tattico", anche se si
esprime, ovviamente, negli accadimenti correnti e nei fatti
della cronaca economica e sociale.

Il cosiddetto "invecchiamento dell'Europa" – che
vede in prima linea le esigenze e le richieste anche
pesantemente polemiche le generazioni più anziane, a
cominciare da quello che attiene alle pensioni e, più
vastamente, "Stato sociale", viene da lontano e discende
direttamente dal tracollo delle nascite; fenomeno cominciato
ad emergere negli Anni '80 e poi accentuatisi, a ritmi
addirittura incalzanti, negli ultimi dieci anni. E'
quell'invecchiamento che provoca come conseguenza ovvia
– e difficilmente superabile senza, drammatici traumi
sociali, dei quali, in Italia, già abbiamo chiari segnali.

Poi, c'è un altro fenomeno, diventato evidente in questi
anni: la "trasformazione" della ricchezza produttiva in
ricchezza finanziaria. "Il contesto" che "siamo un
Paese di ex contadini, che vedevano una classe di signosi.
Si tratta <<divisione internazionale del lavoro>>, che sta
spostando fuori dall'Europa, o almeno fuori dai Paesi
della vecchia Europa, il grosso delle produzioni
manifatturiere.

Noi parliamo, con una incisività maggiore che ci sembra
necessaria di delocalizzazione dell'attività produttiva;
che è anche questo fenomeno epocale ed anzi fenomeno non
verificatosi prima nella storia economica dell'Occidente,
che ha compiuto intero il suo sviluppo degli ultimi 300 anni
fra confini e barriere che sono andati dagli "ostacoli"
posti prima dagli Stati nazionali e poi dal mondo comunista,
fra "cortine di ferro" e non meno rigide e insuperabili
"cortine di seta".

Adesso, si può andare a produrre in Cina o in Bangladesh,
dove l'operaio costa 20/30 volte meno in salario e lavora
50 ore a settimana senza oneri sociali; o nella più vicina
Europa dell'Est, dove il salario è 4/5 volte inferiore a
quello Occidentale con viaggi di 2/3 giorni.

Non è da condividere, quindi, l'ottimismo cui nonostante
tutto arrivano quanti ancora sperano che contro il declino
del "modello UE" si verifichi una "sferzata in stile
Tacher".

Al fenomeno – massiccio e crescente – della
delocalizzazione va infatti a sommarsi e ad intrecciarsi un
fenomeno non meno complesso, non meno <<pesante>> e
incidente, che è quello della immigrazione. Un flusso che
non si riesce a bloccare, e non soltanto in Italia; anche
perché ovunque nel mondo l'aumento della miseria e della
fame, spinge allo <<sradicamento>> milioni di persone.

A noi sembra che neanche di questo fenomeno – pur esso
nuovo nella storia della vita economica e sociale
dell'intero Occidente – si abbia percezione esatta,
neppure dal punto di vista meramente quantitativo.

Se ne è parlato – finalmente con cifre d'attualità
– verso la fine di settembre ad Erice (Trapani). Ed ecco
quanto abbiamo lettosi giornali in merito:

"Circa un sesto della popolazione mondiale entro i
prossimi dieci anni presserà contro le aree sviluppate del
pianeta in cerca di lavoro, perché i loro paesi d'origine
non saranno in grado di offrire strumenti di sopravvivenza.
Partono da questi dati le considerazioni di Rolf Jenny,
responsabile della commissione internazionale Onu sulle
migrazioni, che ha sede a Ginevra. Intervenuto al seminario
sulle «emergenze planetarie» in corso al Centro Ettore
Majorana di Erice, Jenny snocciola cifre preoccupanti: «Da
700 milioni a un miliardo di persone da qui al 2010
tenterà di varcare i confini dell' Occidente
industrializzato, dove già circa 200 milioni di persone si
sono trasferite dai loro paesi d'origine».

Questa enorme massa di lavoratori produce rimesse verso le
aree di provenienza, pari a 90 miliardi di dollari all'anno,
esattamente il doppio di quanto i paesi del G7 destinano
nello stesso periodo per aiuti al Terzo mondo. E proprio su
questi incentivi Jenny lancia la proposta di destinarne il
50% alle famiglie e la restante parte ai progetti di
sviluppo. Un modo per evitare che ingenti capitali si
dissolvano nelle mani dei governanti in paesi dove sono
scarsi i tassi di controllo e di democrazia.

Nel ricco Occidente gli immigrati contribuiscono per il 56
per cento all'aumento demografico, mentre in Europa la
percentuale si alza fino all'89 per cento".

Così come stanno le cose, insomma, e nella assenza
perdurante, ormai cronica, di qualsiasi "contrasto"
serio ed organico, l'invecchiamento e il declino
produttivo – e dunque economico e sociale –
dell'Europa sembrano rappresentare il suo destino; una
specie di "traguardo" tanto triste quanto inevitabile.

A meno che noi si trovi il modo di elaborarlo meglio di
quanto abbiamo fatto sinora, quel "contrasto"; quel
progetto di ripresa, di rinascita e di speranza per
l'Europa che è la motivazione fondante del nostro
programma e del nostro retroterra culturale. E a meno,
anche, che non si riesca a farlo conoscere meglio; più
efficacemente; più incisivamente. Non nell'isolamento
– orgoglioso, voluto e, al limite, pure sentimentalmente
tanto gratificante – come sono sempre le posizioni
antagoniste e minoritarie - ma là dove, con tattica più
realistica, esso possa essere recepito da un numero
crescente di persone. Nell'ottica di volere affrontare
problemi epocali quali quelli che si affacciano
all'orizzonte, sempre più complessi e devastanti, dovuti
alla globalizzazione incalzante che passa come un "rullo
compressore" sui popoli ed annienta identità e tradizioni
se non vi porremo rimedio con le nostre battaglie sociali e
popolari.

Raffaele Bruno